Teatro Autoritratto
Teatro San Ferdinando
ConclusiDescrizione Evento
musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri
luci Paolo Casati
suono Francesco Vitaliti
foto di scena Masiar Pasquali/Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
si ringrazia Antonio Marras per gli abiti di scena
Davide Enia racconta di non avere alcun ricordo del 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci. Un vuoto che attribuisce a una rimozione emotiva profonda, segno di una nevrosi diffusa in Sicilia nel rapporto con Cosa Nostra. La mafia, prima delle stragi, è stata spesso minimizzata o mitizzata, mai affrontata davvero. Questo ha portato a una sua introiezione inconscia nella vita quotidiana, familiare, nei comportamenti e nel linguaggio, dove l’omertà si radica nella cultura (“‘a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice”).
La mafia diventa uno specchio deformante della società, e comprenderla richiede un processo di autoanalisi: non capire solo “la mafia in sé”, ma “la mafia in me”. Enia racconta di aver vissuto a stretto contatto con le vittime della mafia: Borsellino era suo vicino, Puglisi il suo professore. Ogni palermitano ha pochi gradi di separazione dalla mafia e vive con una costante sensazione di pericolo.
Lo spettacolo affronta poi il caso del piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito, torturato e sciolto nell’acido: un evento che rappresenta l’orrore puro e la perdita dell’innocenza. L’opera è una tragedia, un’orazione civile, un atto di autoanalisi e confronto con lo Stato e con Dio. Un autoritratto intimo e collettivo.
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